Correva l’anno…

È il tema scelto dalla Fondazione Fava in occasione del venticinquesimo anniversario del primo numero de I SICILIANI (Dicembre del 1982).

Un’esperienza giornalistica ed editoriale unica. Un mensile, con una veste tipografica da rivista culturale, che ha fatto un giornalismo a 360° e soprattutto ha informato. Un giornale libero che non fu mai un giornale di tendenza contro la mafia, assolutamente differente dalla stampa antimafia che avrebbe visto la luce dopo quegli anni.

Un giornale lontano anni luce dal giornalismo ideologico, che motiva ed interpreta i fatti secondo la propria ideologia, e altrettanto lontano dal giornalismo moderno, obiettivo principale il mercato, che si preoccupa di riempire, con notizie date più o meno correttamente, gli spazi tra una pubblicità e l’altra.

 

Nella due giorni organizzata a Catania al Monastero dei Benedettini il 30 Novembre ed l’1 Dicembre, si è voluto ricordare il messaggio etico di Fava con una mostra fotografica sul giornale (visitabile al coro di notte del monastero sino al 15 Dicembre 2007), con la testimonianza della memoria calda di chi ha vissuto quegli anni e quell’esperienza, e con la memoria fredda, rigorosa analisi storica dei contenuti de I SICILIANI, da offrire a chi allora non era nato, era bambino, o non seppe vedere la realtà di quegli anni.

Giorno 30 novembre, le testimonianze di Antonio Roccuzzo, Miki Gambino, Elena Brancati e Adriana Laudani hanno fatto rivivere I SICILIANI del 1982; un’esperienza collettiva!

Esperienza collettiva dei siciliani cronisti, il gruppo, la squadra di Fava, che andava dentro la notizia, cercando oltre l’apparenza del fatto; esperienza collettiva anche dei siciliani popolo, che aveva fatto di quel giornale in edicola il proprio punto di riferimento per una corretta informazione, i siciliani popolo che abitava anche fuori dalla Sicilia e che non era necessariamente siciliano per nascita, dato che quel giornale vendeva la metà delle proprie copie e dei propri abbonamenti al di là dello Stretto.

Sabato 1 dicembre, il dibattito (Nando Dalla Chiesa, Claudio Fava, Mimmo Fontana, Luciano Granozzi, Antonio Ingroia, Adriana Laudani) è stato decisamente più acceso, prendendo spunto dai quattro articoli centrali di quel primo numero. I missili di Comiso, il territorio asservito ad una scelta strategica incurante delle ricadute sulla popolazione, che innescò una orgogliosa ed efficace protesta. Il sole nero dei siciliani, il sole oscurato dai fumi delle raffinerie di Priolo e Melilli; una opportunità di lavoro alternativa alla miniera, accettata anche al prezzo di una vita più breve.

I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa, titolo di grande effetto coniato da Fava, ripreso e utilizzato tante volte negli anni a venire, mai con un riferimento a quel Giornale e a quel Direttore), che scavava nelle viscere del consociativismo politico-mafioso-imprenditoriale. L’ermellino, la volpe e la lupara, la realtà della procura catanese come metafora perfetta di come può essere ossequiosa la giustizia con i poteri forti, distratta e superficiale, incapace di vedere le cose con l’occhio del magistrato, senza chiedersene il perché.

Com’era allora e com’è oggi questa città; il confronto dopo il passaggio di una generazione è stato il motivo centrale dei dibattiti.

La mafia è cambiata rispetto al 1982; il consociativismo di quegli anni, che si basava sull’appoggio agli accordi presi tra politica e impresa, con la mafia garante degli uni e degli altri e partecipante attiva alla spartizione dei profitti, è diventato sistema. La mafia è diventata essa stessa impresa.

Nell’82 gli interventi che costituivano profitto per pochi erano le grandi opere pubbliche, come le dighe; si costruivano con denaro pubblico soltanto per il profitto, non risolvevano e non hanno risolto il problema dell’acqua. Oggi la strategia è cambiata, non si guarda più a grandi opere pubbliche, bensì a grandi opere private, come gli investimenti per lo sviluppo turistico. Si fa passare come intervento di sviluppo un determinato investimento, senza sottolineare che la costruzione di un posto letto in Sicilia costa il doppio di quanto costi a Dubai.

Ma il profitto non è soltanto lo sperpero dei fondi che l’essere europei rende disponibili; il vero business è la trasformazione fondiaria del territorio.

I soliti amici, consociati con legami di impresa non più facilmente rintracciabili come in passato, acquistano terreni agricoli a prezzi agricoli, ne trasformano una parte in insediamento turistico con i profitti sui costi di costruzione già detti, e destinano il resto a soluzioni residenziali con una vertiginosa moltiplicazione del valore. L’essere impresa, inoltre, consente di riciclare notevoli quantità di denaro senza alcuna difficoltà. Questo sistema coinvolge tanti gruppi, talvolta con legami non noti agli stessi partecipanti. E soddisfa tutti, l’impresa del nord, legalmente coinvolta nell’affare, che allarga il proprio mercato; l’impresa locale che ha profitto dalla circolazione del denaro innescato dall’operazione; la mafia che allarga la propria rete di influenza e controlla tutto, ben nascosta in un sistema di scatole cinesi difficile da districare!

Una vera e propria aziendalizzazione della mafia con l’obiettivo di recuperare l’immagine e il ruolo internazionali che la strategia militarizzata e stragista dei corleonesi le ha fatto perdere.

Dietro opere apparentemente corrette talvolta si celano interessi squisitamente mafiosi e criminali. Il vecchio aforisma latino pecunia non olet non può più essere tollerato; il denaro sporco deve puzzare!

È la sfida del futuro, per la quale ci si deve bene attrezzare, e la politica deve fare la propria parte. I segnali che vengono dall’antitrust vanno nella direzione giusta, ma non bastano. Esistono ancora pezzi di potere politico, di potere giudiziario e di potere di informazione che non sono gestiti correttamente.

È solo un caso che da più di un anno la procura catanese sia senza capo?

Il sole nero è diventato mare rosso! Sempre nel siracusano, con fabbriche che scaricano mercurio direttamente in mare. La risonanza dell’evento sulla stampa è stata nulla; e la procura siracusana ha archiviato l’inchiesta. Nessuno ha detto che il mare rosso fa più morti che a Marghera, nessuno ha guardato la provenienza dei bambini leucemici il cui trattamento è uno dei fiori all’occhiello della sanità locale.

La classe dirigente è ancora troppo piegata ad alti interessi, mafiosi o no, sempre interessi di pochi sulla pelle di molti.

La mafia è cambiata in questa città; l’informazione anche! I SICILIANI non sono più in edicola e l’informazione è sempre più blindata. Basta sfogliarlo il giornale di questa città, mostra subito il suo ruolo di comitato centrale degli uffici stampa dei pezzi di città che contano! Attento più alla corretta indicazione delle presenze ed ai titoli d’appartenenza dei vari partecipanti ad un evento, che non alla notizia dell’evento stesso, ai suoi contenuti, ai suoi obiettivi. Non è soltanto il modo editoriale di enfatizzare l’aspetto autocelebrativo degli amici, è un vero e proprio controllo dell’informazione; negare alcuni fatti, tacere su privilegi e profitti, in una parola imbavagliare la città.

E la città come reagisce? Sembra morta o moribonda, ma non lo è; sembra piuttosto ripiegata su se stessa, rassegnata ad introitare tutte le nefandezze nel proprio ventre molle, intenta più al sopravvivere che al vivere, destinata ad una muta implosione, incapace di reagire, di produrre anticorpi contro la cultura mafiosa. Sembra che il gene antimafioso manchi al DNA di questa città. Ma non è così, il gene c’è, ma è incapace di esprimere adeguate ed efficaci reazioni.

Se la mafia ha fatto sistema, non può dirsi lo stesso della società civile. Certo venticinque anni fa il portone dell’Università era sbarrato ad eventi come questo; oggi abbiamo trovato le porte aperte, docenti illuminati e studenti coinvolti in iniziative alternative di informazione. Ma è necessario che il numero degli uni e degli altri aumenti ulteriormente. Ci sono ancora troppe istituzioni intellettuali chiuse nelle proprie torri, che ritengono giusto operare in un’accademia avulsa dalla città, che ritengono di fare, senza rendersi conto di fare soltanto ciò che altri consente loro di fare e vuole che essi facciano.

Esistono pezzi di questa città che dissentono, che cercano di ribellarsi, ma rimangono isolati. L’informazione blindata li isola.

Non c’è un comune sapere perché non c’è un giornale come I SICILIANI che li informi sulle indagini, sulle iniziative e sulle denunce come quelle appena dette, opera di  meritevoli associazioni. E se manca il comune sapere non può esserci un comune sentire, riguardo eventi e decisioni attuate sulla pelle di molti per il profitto di pochi.

E senza un comune sentire non può esserci il comune fare. Bisogna che anche la società civile faccia il salto di qualità, si adegui ai tempi, divenga sistema essa stessa, abbandonando ogni sorta di egocentrismo per riaffermare il diritto ad amare la propria città.

Mai più egocentrismo nella società civile, si diceva guardando i pannelli della mostra fotografica. Stare insieme e stimolare dal gene sopito le proteine del riscatto di questa città.

A tutti un arrivederci al prossimo appuntamento del 5 gennaio.

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