Cinque milioni di siciliani bruceranno in un lampo

Cinque milioni di siciliani bruceranno in un lampo

da “I Siciliani”, marzo 1983

Inimitabile destino della Sicilia, posta sempre al centro della storia, di tutte le sue civiltà e di tutte le sue violenze. Un’isola esattamente sulla linea di confine fra due mondi eternamente diversi e nemici, l’Europa e l’Africa, e perciò eterno luogo di battaglia, il posto della confluenza perfetta fra gli interessi militari, economici, politici, persino culturali dei popoli che avanzavano dal mare o calavano dal continente. Chi era padrone della Sicilia era certamente protagonista della civiltà del suo tempo.

Fra l’altro era una maniera suggestiva e romantica di fare la storia, poiché venivano qui a farsi la guerra, lontano dalle loro case e palazzi, reggie e campi di grano, sulla terra dei siciliani, gli esseri umani presi nel mezzo delle battaglie, calpestati dai cavalli, massacrati alla fine di ogni assedio vittorioso o d’ogni battaglia perduta, erano soltanto siciliani, così le donne stuprate, i bimbi decapitati, i vecchi chiamati a seppellire i morti, le case distrutte, i monumenti abbattuti, i palazzi incendiati. Decidevano, proclamavano: andiamo a conquistare il nostro tempo. E venivano in Sicilia, partivano da due o tre luoghi diversi della terra, cartaginesi, greci, romani, oppure saraceni, svevi e angioini, oppure francesi, spagnoli, inglesi e tedeschi insieme.

Anche nell’ultima guerra per decidere le sorti del conflitto mondiale dovettero prima scannarsi per conquistare la Sicilia;  all’appuntamento c’erano tutti, americani, tedeschi, inglesi, canadesi, australiani, italiani, marocchini, indiani, polacchi, persino mafiosi e assassini tirati fuori da Sing Sing. Bombardarono con i cannoni, le fortezze volanti, le corazzate, demolirono città e paesi, massacrarono decine di migliaia di donne e bambini, svuotarono anche i magazzini del frumento, per un mese a Catania molti sopravvissero cibandosi con bucce di fico e scorze di cetriolo.
Io ero un ragazzo e rimasi ferito sotto un bombardamento aereo che distrusse il mio paese. Ebbi una gamba e un braccio spezzati, e un occhio quasi lacerato da una scheggia. Mi tennero una settimana in un ospedale da campo, mi ricucirono le ferite e tolsero le schegge senza anestesia. Ci davano un pomodoro al giorno per sopravvivere, dopo una settimana finirono anche i pomodori. Allora scappai; avevo ancora le stesse bende insanguinate e putrefatte del primo giorno, avevo perduto dieci chili, con quella gamba spezzata percorsi venti chilometri per tornare al mio paese, volevo soprattutto disperatamente sapere se mia madre era ancora viva.

Quando arrivai alla periferia del mio paese distrutto, c’erano i soldati inglesi che rastrellavano i vecchi contadini e i ragazzi delle campagne. Presero anche me e mi dettero una vanga. «Seppellisci quei morti!» dissero. Lungo la strada, accanto al cimitero, c’erano quattrocento miei compaesani morti nel bombardamento di sette giorni prima, una montagna di corpi spezzati, divelti, gonfi, dilaniati, putrefatti, e in mezzo a loro c’erano esseri umani che per anni io avevo salutato per strada, ragazzi con cui avevo giocato, certo anche miei compagni di scuola, nessuno tuttavia riconoscibile poiché nessuno aveva sembianza umana. Con le baionette innestate i soldati inglesi ci spinsero verso quella cosa orrenda. «Seppelliteli!». Con i bulldozer avevano scavato un’immensa fossa in un campo. Io ero un ragazzo, con la gamba e il braccio spezzati, una crosta di sangue su mezza faccia e almeno cinque o sei schegge ancora dentro che l’ufficiale medico non aveva avuto tempo di estrarmi, pesavo altri dieci chili di meno e soprattutto ero convinto che sarei morto per la fame. Ero cioè in uno di quei momenti eccezionali della vita (può capitare una volta, talvolta non capita mai) in cui ci si sente disposti a un gesto di eroismo. Perciò finalmente dissi: «Perché io?». E l’ufficiale inglese, con la benda bianca sul naso e il berretto rosso disse dolcemente su per giù: «because you fall the war and those are your dead people!». Pressappoco: perché tu hai perduto la guerra e questo è il tuo popolo sconfitto!

Solo molto più tardi nella vita capii che per tremila anni innumerevoli eserciti si erano dati battaglia per conquistare la Sicilia e che comunque i siciliani erano stati sempre sconfitti e avevano dovuto alla fine sempre seppellire i loro morti.

Questo concetto mi si para perfettamente dinnanzi, autentica verità storica, al cospetto della cosiddetta sindrome-Comiso, cioè della installazione della base di missili nucleari in Sicilia e di tutto quello che sta accadendo intorno. La viltà, anzi la vile menzogna del mondo politico italiano, la impaurita inerzia dell’opinione pubblica italiana dentro la quale ognuno tende ad arroccarsi in cima alla propria montagna nella speranza che i saraceni si limitino a menare strage nella valle, e la sprezzante, quasi crudele indifferenza (sprezzante perché non ha dato spiegazione di niente; e perché crudele lo vedremo subito dopo) degli alti comandi militari che hanno adottato la inaudita soluzione: invece cioè di dotare le difese del Mediterraneo di altri due sommergibili atomici, con missili nucleari, installare la base a Comiso, nel centro della Sicilia, esponendo l’intera regione e tutti i suoi cinque milioni di abitanti a un pericolo mortale. E qui sta il punto: poiché nell’ipotesi atroce di un conflitto fra grandi potenze (dunque né voluto, né deciso dai siciliani) non è Comiso e il suo hinterland – 50-70 chilometri di raggio – a correre il rischio di sparire in un globo di fuoco, ma tutta la Sicilia.

Qui, sia chiaro, non si sta facendo alcun discorso di politica internazionale, poiché non vedo come possa esistere idea o ideale (a meno della venuta di un nuovo Cristo) tale da turbare o deformare l’equilibrio dei massimi sistemi politici ed economici mondiali. La Nato esiste e l’Italia ne fa parte per libera scelta parlamentare; ovvio quindi che sia fedele ai principi e alle necessità strategiche della grande alleanza occidentale. Qui si discute semplicemente – come è nostro inalienabile diritto – la vita e la morte della Sicilia e dei siciliani, e quanto sia giusto, anche strategicamente, scegliere Comiso per la installazione di una base nucleare, e quanto infine sia morale ingannare la nazione, i siciliani innanzitutto, continuando a far capire che, nell’ipotesi spaventosa di una guerra, solo Comiso sarebbe bersaglio di totale distruzione. Il ragionamento che segue (che non rivela alcun segreto militare ma è frutto di semplice logica) dimostra infatti esattamente la terribile verità contraria.

Ora è chiaro che, al momento in cui si decida di installare una base di missili nucleari in un territorio delimitato, nessuno stato maggiore, pur formato da paraplegici, stabilirebbe di mettere gli ordigni, ammucchiati tutti insieme in uno spazio ristretto e ben determinato, anzi addirittura pubblicizzato da polemiche, articoli, inchieste, pubblici dibattiti. Già è strategicamente suicida (o idiota se più vi piace) installare una base missilistica su uno spazio individuato e su un’area di pochi chilometri quadrati, poiché significa segnare un cerchietto su una carta geografica, con ordinate e coordinate, e consegnare il progetto all’eventuale nemico: ecco, questo è il vostro bersaglio, potete perfettamente puntare i vostri missili atomici. All’occorrenza premete il pulsante. Ma sarebbe sommamente inutile concentrare in questa base, distruggibile comunque implacabilmente in meno di tre minuti, anche le rampe di lancio e relativi ordigni nucleari, cioè destinare all’annientamento certo, non soltanto il territorio prescelto, ma anche gli stessi mezzi bellici di offesa e ritorsione per i quali la base è stata realizzata. Così fosse il comando supremo della Nato sarebbe una pura convocazione di mentecatti. Un po’ come quegli strambi giocatori della infantile battaglia navale sui vecchi quaderni a quadretti, giocata al riparo da pile di libri e vocabolari, i quali ammucchiavano corazzate, incrociatori e sommergibili tutti in un angolo. Basta la solita corazzata di sondaggio dell’avversario e la partita finisce in tre mosse.
E non crediamo che i reggitori delle sorti militari dell’Occidente siano tali. Nello studiare le posizioni più opportune per una base missilistica, non gliene fotte decisamente niente della sorte di un territorio, del destino delle città, magari nobilissime e antiche che per millenni sono sopravvissute a inondazioni, assedi, pestilenze, terremoti, né della vita di milioni di esseri umani che abitano in quelle contrade; tanto, antiche città e esseri viventi sono italiani, anzi peggio, stavolta sono siciliani, ci sono molti mafiosi in mezzo a loro; ma quanto a mettere tutti insieme in bel mucchio, su quel bersaglio predestinato, tutti i missili atomici, crediamo proprio che siano stati molto più saggi. Cinismo e saggezza infatti possono coabitare. E appunto secondo saggezza hanno certamente deciso di decentrare l’autentico deterrente di offesa-difesa, cioè sparpagliare i missili atomici in luoghi ben distanti dalla base di Comiso, quanto più lontani e mimetizzati possibile in modo da sfuggire certamente ad un primo attacco contro la cosiddetta base madre, e costituire comunque un bersaglio imperscrutabile e difficilissimo, tale che, scampando i missili alla prima imprevedibile aggressione nucleare, possono essere subito utilizzati per un’immediata azione di ritorsione atomica.

Un missile atomico non è una corazzata; con tutto il suo vettore terrestre è un poco più grande di un Tir, può viaggiare in qualsiasi strada o campagna, essere facilmente mimetizzato in un bosco, nella vegetazione di un fondo valle, in una caverna, in un grande capannone industriale, perché no in una vecchia chiesa requisita come magazzino, in un vecchio tunnel ferroviario. Perciò è logico, perfettamente, inesorabilmente logico, inoppugnabilmente, spaventosamente logico che i missili atomici in dotazione alla base di Comiso saranno decentrati in tutta la Sicilia, in ogni luogo si presti ad una completa mimetizzazione e ad un costante controllo militare. La base di Comiso, quella attorno alla quale schiuma l’ingenua protesta di migliaia di pacifisti, avvengono i sit-in delle femministe, sfilano con cartelli e bandiere i cortei dei lavoratori, è praticamente solo una semplice base logistica e organizzativa, dove avranno sede gli uffici, gli alloggi per la truppa, il villaggio per le famiglie di militari, gli schedari, la mensa, le cucine, la fureria, l’ospedale, il circolo ricreativo, i campi da tennis e la piscina per la giusta ricreazione, forse anche un paio di night club per scapoli, le piste di atterraggio per i carghi volanti che trasporteranno vettovaglie e truppe, probabilmente nemmeno le centrali elettroniche per intuire l’eventuale attacco nemico, centrali di calcolo e punteria per elaborare in pochi secondi, quanti ne restano dall’allarme al grande lampo, i dati di reazione, difesa e offesa. E forse nemmeno i rifugi atomici per coloro che dovranno sicuramente sopravvivere per guidare il lancio dei missili. I missili dislocati in tutta l’isola, in boschi, caverne, tunnel, fondovalli, capannoni e chiese sconsacrate.

Comiso, come base nucleare, è un grande bluff del quale gli alti comandi e probabilmente anche gli strateghi politici italiani sorridono da due anni.

E sorridono tutti quegli intrepidi intellettuali e scienziati, sociologi, firmano manifesti contro la base di Comiso, e partecipano alla marcia della pace, fanno i primi dieci chilometri marciando col pugno levato, e poi sgattaiolano in un vicolo dove hanno nascosto la BMW (la Sicilia maledizione è così lontana, c’è anche la mafia, vaffanculo!) e a sera se ne stanno in un salotto o una bettola romana a disegnare cartine e fare calcoli per valutare il raggio del fall-out di un ordigno nucleare che colpisca esattamente Comiso, e quante altre città, paesi e villaggi distruggerebbe tutt’intorno, e quanti milioni di siciliani del territorio morirebbero subito bruciati dal lampo, e quanti altri contaminati potrebbero orribilmente sopravvivere, ciechi, mutilati o rimbambiti. C’è sempre qualcuno che alla fine conclude positivamente che – meno male – alla fine le correnti del vento trasporterebbero la nube radioattiva verso il mare in direzione dell’Africa.

Qualcuno fa anche dello spirito: così Gheddafi non ci potrà mai colpire con un’atomica perché dopo due giorni la nube radioattiva gli rotolerebbe indietro. Alla maniera di Angelo Musco («Domani il sole illuminerà uno dei nostri cadaveri!» – «Cumpari e ssi chiovi?») l’imbecille di turno conclude: E se cambia il vento?

La verità è che gli alti comandi – e naturalmente anche alcuni politici italiani di vertice – sanno che la situazione è ben più terrificante. I missili atomici in dotazione ufficiale alla base di Comiso, saranno dislocati in tutta la Sicilia, sicché in caso di un conflitto, l’aggressore non colpirà soltanto l’impianto di Comiso, ma sarà costretto a colpire tutta la Sicilia, ogni luogo, ogni paese, bosco, profonda vallata, montagna dove i missili atomici potrebbero essere nascosti. La previsione è logica come un teorema: cinque, sette, dieci testate atomiche si abbatterebbero su tutta l’isola per distruggere sicuramente il potenziale di offesa nucleare; Non una città o una provincia, o territorio più remoto potrebbe sfuggire alla tragica successione di lampi atomici. L’ipotesi è di una distruzione totale per milioni di siciliani. Questo va garbatamente spiegato anche a catanesi, palermitani, trapanesi i quali magari sulla questione avranno avuto un maligno, spontaneo pensiero: tanto Comiso è nel centro degli Iblei. Certo mi dispiace, però… Comunque una bella lettera di protesta, voglio scriverla. Subito, anzi domani, per ora mi vedo in TV Pippo Baudo con i Siculissimi!

A che serve essere vivi se non si ha il coraggio di lottare