00 Manifesto 2012

28° ANNIVERSARIO 5 GENNAIO 2012

La ricorrenza del 5 Gennaio, quest’anno è stata caratterizzata dalla 00 Manifesto 2012sobrietà degli eventi organizzati. Una precisa volontà della famiglia e della Fondazione Fava.

Abbiamo voluto, ha detto Elena Fava, che fosse un momento di riflessione da parte di tutti coloro che si sentono vicini al messaggio e all’impegno civile di Giuseppe Fava. Un momento di riflessione per chi da ventotto anni si da appuntamento in quest’angolo di città tra i più eterogenei, un momento di riflessione per i più giovani che non hanno conosciuto Fava, perché sia anche una loro memoria.

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Un sentito grazie a …

L’affetto e la riconoscenza della Fondazione Giuseppe Fava e della Cooperativa de “I Siciliani” a tutti gli amici sottoscrittori che, con il loro sostanziale contributo hanno evitato il pignoramento della casa  natale di Giuseppe Fava, e delle case dei componenti il CDA della cooperativa “ I Siciliani”.  Grazie a tutti!

ELENCO DEI SOTTOSCRITTORI

ABARE ANGELA, ACERBI LUISA, AGLIERI RINELLA ANNA MARIA, AGOSTINI ELENA, AIELLO ANGELO (per conto Associazione Culturale), ALBINO DONATELLA, ALICINO GIUSEPPE, AMATI DANIELA, ANGELA ROSA, ANIELLO TROCCHIA, ANITA ROSA, ANONIMO, ANPI sezione OLTRARNO, ANTONINI STELVIO, APOSTOLICO ALFONSO CAMPAGNA, ARNONE MARCO, ARTIOLI LEONZIO, ASSO PIERFRANCESCO, ASSOCIAZIONE ANTIMAFIA “RITA ADRIA”, ASSOCIAZIONE G.A.P.A GIOVANI, ASSOCIAZIONE STAMPA ROMANA, Continue Reading

Elena Fava al Rotary Club Padova Nord

Il 18 maggio 2009, su invito di Andrea Ziveri, Presidente del Rotary Club Padova Nord, Elena Fava ha presentato ai soci del club la figura del padre e le finalità e attività della Fondazione.

Oltre all’attività giornalistica e al ricordo del concetto etico di giornalismo, Elena ha delineato tutti gli aspetti di Fava che ne fanno un intellettuale a tutto tondo, dalla drammaturgia, alla saggistica, all’opera pittorica.

Il vivace dibattito che ha seguito la relazione del presidente della Fondazione ha consentito di approfondire molti aspetti della cultura mafiosa (ormai infestante tutto il Paese e non solo la Sicilia, ha aggiunto Elena) ed è culminato nell’invito-proposta di poter presto organizzare a Padova una mostra dei dipinti di Giuseppe Fava.

 

 

 

 

Padova conosce Giuseppe Fava

Dal 22 aprile 2009 l’opera omnia di Giuseppe Fava è alla Biblioteca Civica di Padova, nel nuovo Centro di Arte e Cultura San Gaetano, in via Altinate.

Favorevolmente colpita dalla razionale organizzazione della nuova sede che conferisce una elevata fruibilità del patrimonio librario alla popolazione, nonché dalla presenza di numerose opere di letteratura e teatro contemporaneo, Elena Fava ha manifestato alla Direzione della Biblioteca il desiderio di donare alla splendida città veneta l’opera omnia di Giuseppe Fava.

La donazione è stata formalizzata mercoledì 22 Aprile a Palazzo Moroni (sede del comune di Padova) alla presenza del Sindaco Flavio Zanonato e del Segretario Generale del comune Elio Contino.

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Venticinque anni!

Nella ricorrenza del 25° anniversario della morte di Giuseppe Fava, la fondazione a lui intitolata ha organizzato una intensa tre giorni di memoria e di attività.

Il 2 Gennaio, in una conferenza stampa al teatro Brancati di Catania, il presidente della fondazione ha illustrato l’intenso programma, e presentato le due pubblicazioni più recenti, il volume “Processo alla Sicilia” (riedizione dell’inchiesta pubblicata nel 1967 dalla ITES) e il CD/DVD contenente la scansione completa di tutti i numeri de I Siciliani. Quasi scontate le domande le domande dei partecipanti: come ci si sente dopo 25 anni; cosa ha provato quella sera di venticinque anni fa. Solo i più giovani, timidamente, si interrogano su cosa avrebbe scritto oggi Fava se fosse ancora vivo.

Molti dei suoi scritti sono di un’impressionante attualità, risponde la figlia Elena, il messaggio di Fava non è soltanto attuale come invito alla verità, ma anche e soprattutto per la persistenza del sistema affaristico-criminale. Molte delle inchieste del 1967 sembrano scritte ieri.

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Correva l’anno…

È il tema scelto dalla Fondazione Fava in occasione del venticinquesimo anniversario del primo numero de I SICILIANI (Dicembre del 1982).

Un’esperienza giornalistica ed editoriale unica. Un mensile, con una veste tipografica da rivista culturale, che ha fatto un giornalismo a 360° e soprattutto ha informato. Un giornale libero che non fu mai un giornale di tendenza contro la mafia, assolutamente differente dalla stampa antimafia che avrebbe visto la luce dopo quegli anni.

Un giornale lontano anni luce dal giornalismo ideologico, che motiva ed interpreta i fatti secondo la propria ideologia, e altrettanto lontano dal giornalismo moderno, obiettivo principale il mercato, che si preoccupa di riempire, con notizie date più o meno correttamente, gli spazi tra una pubblicità e l’altra.

 

Nella due giorni organizzata a Catania al Monastero dei Benedettini il 30 Novembre ed l’1 Dicembre, si è voluto ricordare il messaggio etico di Fava con una mostra fotografica sul giornale (visitabile al coro di notte del monastero sino al 15 Dicembre 2007), con la testimonianza della memoria calda di chi ha vissuto quegli anni e quell’esperienza, e con la memoria fredda, rigorosa analisi storica dei contenuti de I SICILIANI, da offrire a chi allora non era nato, era bambino, o non seppe vedere la realtà di quegli anni.

Giorno 30 novembre, le testimonianze di Antonio Roccuzzo, Miki Gambino, Elena Brancati e Adriana Laudani hanno fatto rivivere I SICILIANI del 1982; un’esperienza collettiva!

Esperienza collettiva dei siciliani cronisti, il gruppo, la squadra di Fava, che andava dentro la notizia, cercando oltre l’apparenza del fatto; esperienza collettiva anche dei siciliani popolo, che aveva fatto di quel giornale in edicola il proprio punto di riferimento per una corretta informazione, i siciliani popolo che abitava anche fuori dalla Sicilia e che non era necessariamente siciliano per nascita, dato che quel giornale vendeva la metà delle proprie copie e dei propri abbonamenti al di là dello Stretto.

Sabato 1 dicembre, il dibattito (Nando Dalla Chiesa, Claudio Fava, Mimmo Fontana, Luciano Granozzi, Antonio Ingroia, Adriana Laudani) è stato decisamente più acceso, prendendo spunto dai quattro articoli centrali di quel primo numero. I missili di Comiso, il territorio asservito ad una scelta strategica incurante delle ricadute sulla popolazione, che innescò una orgogliosa ed efficace protesta. Il sole nero dei siciliani, il sole oscurato dai fumi delle raffinerie di Priolo e Melilli; una opportunità di lavoro alternativa alla miniera, accettata anche al prezzo di una vita più breve.

I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa, titolo di grande effetto coniato da Fava, ripreso e utilizzato tante volte negli anni a venire, mai con un riferimento a quel Giornale e a quel Direttore), che scavava nelle viscere del consociativismo politico-mafioso-imprenditoriale. L’ermellino, la volpe e la lupara, la realtà della procura catanese come metafora perfetta di come può essere ossequiosa la giustizia con i poteri forti, distratta e superficiale, incapace di vedere le cose con l’occhio del magistrato, senza chiedersene il perché.

Com’era allora e com’è oggi questa città; il confronto dopo il passaggio di una generazione è stato il motivo centrale dei dibattiti.

La mafia è cambiata rispetto al 1982; il consociativismo di quegli anni, che si basava sull’appoggio agli accordi presi tra politica e impresa, con la mafia garante degli uni e degli altri e partecipante attiva alla spartizione dei profitti, è diventato sistema. La mafia è diventata essa stessa impresa.

Nell’82 gli interventi che costituivano profitto per pochi erano le grandi opere pubbliche, come le dighe; si costruivano con denaro pubblico soltanto per il profitto, non risolvevano e non hanno risolto il problema dell’acqua. Oggi la strategia è cambiata, non si guarda più a grandi opere pubbliche, bensì a grandi opere private, come gli investimenti per lo sviluppo turistico. Si fa passare come intervento di sviluppo un determinato investimento, senza sottolineare che la costruzione di un posto letto in Sicilia costa il doppio di quanto costi a Dubai.

Ma il profitto non è soltanto lo sperpero dei fondi che l’essere europei rende disponibili; il vero business è la trasformazione fondiaria del territorio.

I soliti amici, consociati con legami di impresa non più facilmente rintracciabili come in passato, acquistano terreni agricoli a prezzi agricoli, ne trasformano una parte in insediamento turistico con i profitti sui costi di costruzione già detti, e destinano il resto a soluzioni residenziali con una vertiginosa moltiplicazione del valore. L’essere impresa, inoltre, consente di riciclare notevoli quantità di denaro senza alcuna difficoltà. Questo sistema coinvolge tanti gruppi, talvolta con legami non noti agli stessi partecipanti. E soddisfa tutti, l’impresa del nord, legalmente coinvolta nell’affare, che allarga il proprio mercato; l’impresa locale che ha profitto dalla circolazione del denaro innescato dall’operazione; la mafia che allarga la propria rete di influenza e controlla tutto, ben nascosta in un sistema di scatole cinesi difficile da districare!

Una vera e propria aziendalizzazione della mafia con l’obiettivo di recuperare l’immagine e il ruolo internazionali che la strategia militarizzata e stragista dei corleonesi le ha fatto perdere.

Dietro opere apparentemente corrette talvolta si celano interessi squisitamente mafiosi e criminali. Il vecchio aforisma latino pecunia non olet non può più essere tollerato; il denaro sporco deve puzzare!

È la sfida del futuro, per la quale ci si deve bene attrezzare, e la politica deve fare la propria parte. I segnali che vengono dall’antitrust vanno nella direzione giusta, ma non bastano. Esistono ancora pezzi di potere politico, di potere giudiziario e di potere di informazione che non sono gestiti correttamente.

È solo un caso che da più di un anno la procura catanese sia senza capo?

Il sole nero è diventato mare rosso! Sempre nel siracusano, con fabbriche che scaricano mercurio direttamente in mare. La risonanza dell’evento sulla stampa è stata nulla; e la procura siracusana ha archiviato l’inchiesta. Nessuno ha detto che il mare rosso fa più morti che a Marghera, nessuno ha guardato la provenienza dei bambini leucemici il cui trattamento è uno dei fiori all’occhiello della sanità locale.

La classe dirigente è ancora troppo piegata ad alti interessi, mafiosi o no, sempre interessi di pochi sulla pelle di molti.

La mafia è cambiata in questa città; l’informazione anche! I SICILIANI non sono più in edicola e l’informazione è sempre più blindata. Basta sfogliarlo il giornale di questa città, mostra subito il suo ruolo di comitato centrale degli uffici stampa dei pezzi di città che contano! Attento più alla corretta indicazione delle presenze ed ai titoli d’appartenenza dei vari partecipanti ad un evento, che non alla notizia dell’evento stesso, ai suoi contenuti, ai suoi obiettivi. Non è soltanto il modo editoriale di enfatizzare l’aspetto autocelebrativo degli amici, è un vero e proprio controllo dell’informazione; negare alcuni fatti, tacere su privilegi e profitti, in una parola imbavagliare la città.

E la città come reagisce? Sembra morta o moribonda, ma non lo è; sembra piuttosto ripiegata su se stessa, rassegnata ad introitare tutte le nefandezze nel proprio ventre molle, intenta più al sopravvivere che al vivere, destinata ad una muta implosione, incapace di reagire, di produrre anticorpi contro la cultura mafiosa. Sembra che il gene antimafioso manchi al DNA di questa città. Ma non è così, il gene c’è, ma è incapace di esprimere adeguate ed efficaci reazioni.

Se la mafia ha fatto sistema, non può dirsi lo stesso della società civile. Certo venticinque anni fa il portone dell’Università era sbarrato ad eventi come questo; oggi abbiamo trovato le porte aperte, docenti illuminati e studenti coinvolti in iniziative alternative di informazione. Ma è necessario che il numero degli uni e degli altri aumenti ulteriormente. Ci sono ancora troppe istituzioni intellettuali chiuse nelle proprie torri, che ritengono giusto operare in un’accademia avulsa dalla città, che ritengono di fare, senza rendersi conto di fare soltanto ciò che altri consente loro di fare e vuole che essi facciano.

Esistono pezzi di questa città che dissentono, che cercano di ribellarsi, ma rimangono isolati. L’informazione blindata li isola.

Non c’è un comune sapere perché non c’è un giornale come I SICILIANI che li informi sulle indagini, sulle iniziative e sulle denunce come quelle appena dette, opera di  meritevoli associazioni. E se manca il comune sapere non può esserci un comune sentire, riguardo eventi e decisioni attuate sulla pelle di molti per il profitto di pochi.

E senza un comune sentire non può esserci il comune fare. Bisogna che anche la società civile faccia il salto di qualità, si adegui ai tempi, divenga sistema essa stessa, abbandonando ogni sorta di egocentrismo per riaffermare il diritto ad amare la propria città.

Mai più egocentrismo nella società civile, si diceva guardando i pannelli della mostra fotografica. Stare insieme e stimolare dal gene sopito le proteine del riscatto di questa città.

A tutti un arrivederci al prossimo appuntamento del 5 gennaio.